venerdì 9 settembre 2011

Fabio Metiteri - Il grande inganno del Web 2.0





Arrabbiato ed estremamente polemico.

Arrivo per caso a Il grande inganno del Web 2.0 dello scomparso giornalista informatico Fabio Metitieri. Volevo una lettura “diversa” e quindi tra romanzi gialli, neri e rosa ho deciso d’aprire il portafoglio per un saggio che definirei di socio-tecnologia, pagine che insomma declinano un sapere tecnico (in questo caso informatico) con le pratiche di vita umana, ponendo dubbi, sfide e riflessioni assortite.

Centocinquanta pagine con al centro una presunta truffa ai danni della “cultura” da quello che diversi hanno definito Web 2.0, un termine oscuro che vorrebbe racchiudere il nuovo modo di vivere internet odiernamente, tra blogosfera, facebook, testate on line e fenomeni come Second Life.

Il giornalista proponendo un piatto così succolento però pare perdersi tra una spinta monotematica e l’incapacità di procedere nell’approfondimento di tematiche molto interessanti, purtroppo solo accennate e lasciate cadere nel vuoto.

Ossessione del giorno? La blogosfera che si auto proclama nuova soglia di verità rispetto all’incartapecorito sistema d’informazione “classico” fatto di articoli presumibilmente asserviti al potere di turno e figli di una logica d’imposizione dall’alto, politica, redazionale, in contrasto con l’apparente rivoluzionaria idea del citizen journalism e dell’informazione dal basso.

Comprensibili tutte le critiche: molti blogger non si firmano, non mostrano un curriculum che attesti la loro esperienza nella materia trattata e nel gioco di copia incolla la difficoltà di trovare le fonti reali della notizia e procedere ad una sua validazione (ineffetti un post è più visibile di una sua eventuale smentita via reply, magari presente altrove).

Non ultima la critica al page ranking di google che fa risaltare nelle prime posizioni solo le pagine figlie di un fitto scambio di link con blog più visitati e quindi vanificando ogni tentativo di rendere disponibile all’umanità il contenuto più pertinente piuttosto che quello creato da chi ha “amicizie che contano”.

Tutto giusto, tutto bello, ma c’è un però che tocca più il come che il cosa: Fabio Metitieri in questo libro pone veramente troppo interesse alle opinioni utopistiche (l’esaltarsi, infondo, non è reato) dei blogger nazionali ed internazionali, risultando alle volte stucchevole in una battaglia che sembra più personale (pare che l’autuore sia stato più volte criticato da quel mondo) piuttosto che oggettiva.

L’impressione è quella d’essere al cospetto di un risentimento smisurato per un mondo che non deve fare paura e che di certo non influenza così tanto la cultura come si vorrebbe dipingere qui: che i blogger non si firmino, che il blog in sé non aiuti la validazione dei contenuti postati e che ci sia lo scambio piramidale dei link è una minaccia solo per chi è così folle da credere che la blogosfera sia la terra promessa dove risiede la Verità.

Ma questo compete allo sviluppo mentale della persona, non al mezzo utilizzato. Le stesse persone che si lasciano influenzare così pesantemente dai blogger sono la trasposizione moderna di chi nelle piazze dava fuoco alle streghe dando credibilità al racconto della vicina che giurava d’aver visto gatti neri parlare alla luna dalla finestra della malcapitata.

E se, sempre come Metitieri dice, la validazione di un’affermazione online dovrebbe subire un controllo simile a quello rilasciato in ambito accademico/universitario, si pensi piuttosto che tutti i docenti universitari italiani, tranne un gruppo di pochissimi coraggiosi, ai tempi firmarono senza remore l’infame Manifesto della Razza, dimostrando che la “fuffa” (.cit) non risiede solo nei blog di nerd brufolosi, ma può attecchire anche negli ambienti più scientificamente votati (e non parliamo di errorini trascurabili qui).

Detto questo Il Grande inganno del Web 2.0 porta con sé anche diversi spunti di riflessioni legittimi, se non necessari. Purtroppo però, come già detto, ci si ferma spesso alle citazioni veloci, senza avere modo d’approfondire tematiche che invece andrebbero sviluppate a modo (tra le altre l’eredità dei newsgroup, l’analisi del “valore” di un blog come quello di Beppe Grillo rispetto alla blogosfera italiana, il rapporto tra Testate giornalistiche e collaboratori sottopagati e le possibili soluzioni, il diritto d’autore, il file sharing, la rivoluzione Linux e il mondo dell’open source, anche a livello di produzione culturale).

Insomma, Metitieri pone molta carne al fuoco, ma poco finisce nel piatto del lettore a conti fatti. Alla fine del libro si ha così l’impressione che ciò che si è detto in centocinquanta pagine si potesse dire in cinquanta e che il tutto, pur corredato da un elenco dettagliato di fonti e citazioni, sia l’eterna promessa della ciccia che arde sulla brace, ma che non arriva mai.

Dedicato a chi è già sazio.
Uno stuzzichino che potrebbe rinvigorire l’appetito, forse.
Blogger esclusi, ovvio, per il possibile mal di pancia.

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