venerdì 29 luglio 2011

Joseph Roth - La leggenda del santo bevitore





Ho iniziato e riniziato questa recensione almeno una decina di volte: vuoto, semplicemente vuoto. Non ho un parere certo su questo libricino minimale, poco più di sessanta pagine per complessivi 8 euro.

Mi si dirà che Joseph Roth è un cardine della letteratura mitteleuropea d'inizio '900, e questo lo ignoravo (infondo Iononsoleggere, ve l'ho detto), ma a me questo La leggenda del santo bevitore non mi ha rapito subito, non ha colpito la mia fantasia istantaneamente e soprattutto non mi ha impressionato dal punto di vista stilistico... ma questo era solo l'inizio, ovviamente.

Come la febbre questo libro richiede tempo perchè si mostri nella sua potenza, raggiungendo il culmine solo a pagina chiusa, quando lo si dimentica sulla mensola, tra una tazza di camomilla e una penna stappata.

La storia è abbastanza semplice da raccontare: un clochard, i ponti della Senna, un imprevisto incontro con un uomo che gli presta duecento franchi, la clausola di ridarli solo a Santa Teresa di Lisieux, presso l'omonima cappella, sotto forma di offerta.

Da qui la storia di un alcolista dalle mani bucate non solo per il vizio, ma anche per il cuore troppo grosso per sopravvivere in un mondo di squali, creditori, debitori, amici più o meno tali... o forse semplicemente debole, volonteroso a giorni alterni, meritevole d'essere schiaffeggiato per non cogliere, non capire, tornare sempre al via con le tasche semivuote.

E allora mi si aprono gli occhi, un mese dopo la lettura: Joseph Roth tratteggia in sessantanove striminzite pagine l'essenza umana in modo così semplice che quasi non ci si accorge d'essere al cospetto di un testo importante, così gravido di significati.

Sembra un racconto mielenso, buonista, invece sul filo di decine di pernod tracannati dal clochard Andreas Kartak si scopre la salvezza che spesso incontra il viandante in carne ed ossa (leggasi essere umano reale).

Una salvezza che non distoglie l'uomo dalle sue maledizioni, ma che tra esse accende una luce per dare una direzione a chi pensa di non poter uscire dalle prigioni dello spirito.

Il finale del libro, sospeso, ma nel tempo stesso compiuto, ricalca la mano di un Dio (o di una provvidenza, come l'autore dubbioso si domanda) capace d'essere mamma, o papà affezionato: guardare il proprio figlio, riconoscendone i limiti, accettandolo per com'è senza smettere comunque di sfidarlo, amandolo pienamente per quei tre passi avanti compiuti rispetto ai cinquanta chiesti.

Un libricino che va letto ma lasciato decantare, indubbiamente. Ed è forse questa la forza di una letteratura che non c'è più.

Nella contemporaneità del tutto e subito, del take away preconfezionato,lasciare che qualcosa cresca in silenzio è un dono prezioso.

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