giovedì 7 ottobre 2010

P. D. James: La stanza dei delitti


Grande imbarazzo.


Scrivere di un giallo il giorno stesso nel quale un tremendo omicidio scuote la Penisola è difficile e penoso. Il pensiero e la preghiera va alla povera Sarah e alla sua povera famiglia, vittime di una tragedia indescrivibile, questa sì reale e non solo stampata con inchiostro su pagine con copertina lucida.

Che Dio ti accolga tra le sue braccia.
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Dovresti leggere un po' di romanzi polizieschi, Adam. Oggi l'omicidio nella vita reale, oltre al fatto di essere banale e – perdonami – un po' volgare, è un elemento inibitorio della fantasia.

Questa frase, scelta e stampata sul retro della copertina de La stanza dei delitti della nota giallista inglese P. D. James, racchiude involontariamente tutto il senso di questo racconto nelle sue tinte migliori e in quelle meno riuscite.

La storia e il suo protagonista è semplice da raccontare: Adam Dalgliesh, investigatore della Omicidi presso Scotland Yard, poeta di successo nella vita privata, alle prese con il misterioso omicidio di uno dei tre proprietari di un piccolo museo dove è presente una curiosa stanza dedicata alla catalogazione dei delitti avvenuti nel Regno tra le due guerre mondiali.

Da qui parte una storia fatta di misteri e di tessere che iniziano a non combaciare per il nostro solerte poliziotto. Sembrano non essere stati i parenti. C'è un uomo misterioso visto scappare nella notte. C'è la verità di un delitto che ricalca perfettamente uno dei tanti catalogati proprio dietro quelle vetrinette in quella macabra stanza.

E da qui iniziano anche, secondo me, le prime ombre del racconto: voluto o meno come effetto, sta di fatto che non c'è proprio nulla che aiuti la fantasia del lettore nel tentativo (anche se quasi sempre inutile) di aiutare virtualmente le indagini. Troppe vie d'inchiesta portate a galla. Troppi personaggi sospetti e molto caratteristici accennati e poi lasciati (più o meno tutti potenzialmente inscrivibili nella rosa dei sicuri assassini). Troppe storie raccontate e lasciate cadere (su tutte il rapporto con il collegio Swathling e il museo).

Il tutto spalmato sulla bellezza di quattrocento pagine, mica pizza e fichi.

La trama, alla fine, regge e fa il suo dovere (la pluripremiata penna della James è comunque garanzia). Ma l'impressione che la storia potesse essere gestita meglio con tutto quel potenziale messo sul fuoco è una sensazione che non riesco a togliermi dalla testa.

Ed ecco che allora, come detto in apertuta, veramente l'omicidio nella vita reale, oltre al fatto di essere banale e – perdonami – un po' volgare, è un elemento inibitorio della fantasia.

La James non poteva che riassumere meglio il mio giudizio su questo La stanza dei delitti.

Non è di certo da buttare.
Ma si poteva fare meglio.
Decisamente.

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