lunedì 25 maggio 2015

Helfrid P. Wetwood - Muto come un orsetto




E se il buco fosse l'importante della ciambella?

Con questa domanda mi avvicino alla recensione del simpatico, breve, romanzo di Helfrid P. Wetwood (nome di pseudonima fantasia) genialmente impacchettato con il titolo "Muto come un orsetto". Un piccolo libricino di solo 128 pagine, veloce, ma tanto intensamente intriso di tinte noir da sembrare fin da subito prosperoso, esagerato, tanto, se non troppo.

Direi di uscire però dal tipico tracciato analitico: in poche parole chissene della storia e chissene se le parti che la compogono sono o meno ben dialoganti tra loro. Non è questo che ho visto e letto, non è questo che mi ha colpito e sinceramente non è per questo che vi consiglio di acquistarlo ad occhi chiusi.

No, la bellezza di questo libricino sta nel contorno, nello spazio che avanza, nei trucioli di sughero che la penna di Weetwood lascia sul terreno facendo scorrere sulle pagine la vita di uno sguaiatissimo orsetto, testimone di un omicidio e sbattuto poi nei flutti di una Milano che lo raccoglie, lo abbandona, lo raccoglie e in tutto questo, un po', lo adotta, anche se lui è scontroso, zozzo e, visto quanta cacca ha attorno, nichilista.

Ma il bello, dicevamo, non sono i personaggi di questa tragedia in salsa meneghina: mi è piaciuto respirare l'esatto momento della loro assenza, dello spazio che lasciano al loro passaggio, il vuoto che bisbiglia dove erano e (se non morti) dove ritorneranno nel loro eterno tran tran quotidiano.

Mi piace quella Milano viscosa che il camion dei netturbini sembra tagliare. Mi piace l'odore di polvere e di anni passati che si respira sul sofà della prostituta (ma poi c'era un sofà? Boh, mi pare).

Mi piace tremendamente il sole che batte sulle finestre dello studio in centro di quello psicologo e mi piace pure la sedia in pelle (era in pelle?) dove il suo paziente vive in attesa di una cosa che non arriverà mai, cioè la soluzione ad una maledizione che si chiama "tempi moderni".

Ma chi ha ucciso la prostituta? Come farà la famiglia del povero netturbino a vivere domani? Che fine farà quel ragazzone così sfortunato? Che senso ha un finale (bello) così extrasensoriale, se stiamo parlando poi di un cavolo di orsetto di pezza, oltretutto molto simile a quello che da oltre 32 anni conservo gelosamente, da quando mi fu regalato da mano anonima (scusate se quando si ha 1 anno le domande non sorgono spontanee...).

Domande completamente inutili insomma, fidatevi. Non tanto perché al noir non è buona cosa chiedere soluzioni, ma perché Helfrid P. Wetwood ha tirato fuori dal cilindro non il famoso 13, bensì l'ancora più fortunato 0 in schedina.

Dicendo tutto l'inutile (parole, parole, paroleee, cantava Mina) fa, infatti, brillare l'utile, il senso, il nucleo... e non è poco. Perché è nei silenzi che la più grande musica trova senso e sono sempre i silenzi, le pause, ciò che fanno di una chiacchiera un grande discorso.

E questo orsetto, un po' sporco di cacca e bava di cane, ha una Milano con la sua umanità tutto attorno ed è lei, la città, la vera reginetta di questo maleodorante ballo. 

O almeno così mi sento di dire da lettore disattento.

Questo libricino è una ciambella al gusto noir.
Riuscita grazie al suo buco.

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