sabato 19 gennaio 2013

Francesca Raffaella Guerra - La pettinatrice di bambole




Partiamo da un presupposto: mia nonna era friulana, ho un debole per il Friuli come regione, questo romanzo è ambientato a pochi chilometri dal paesino della mia famiglia e chi l'ha scritto ha mollato Milano, per amore, e s'è trasferita in quel di Udine, l'inverso che fece la mia nonnina (anche se c'era di mezzo anche il lavoro e il non morire di fame... ma son dettagli).

Comunque sia, questa recensione, visto tutte le premesse potrebbe essere alquanto sofferta... per dirla tutta, pensavo di poterla scampare fischiettando allegramente e dimenticandomi di farla, ma il senso di colpa mi ha divorato e allora eccomi qui.

Prima di tutto però, le presentazioni. La pettinatrice di bambole è un romanzo, il quarto di un ciclo di 14 opere "gialle" ambientante in terra friulana, composte (o in fase di composizione) da Francesca Raffaella Guerra, appassionata studiosa di criminologia, che addirittura racconta di essere da anni "amica di penna" di numerosi carcerati serial killer, proprio per approfondire la materia.

La sua creazione cardine è il giornalista-investigatore Manuèl Feruglio, dotato di aiutante-timido-ex clochard, Meo, di un amico, Paco, hacker, spagnolo, sulla sedia a rotelle e di un caso inquietante da risolvere: una non vedente ammazzata dal suo altrettanto non vedente fratello, riti di stregoneria, macabri rituali nei boschi e una giovane avvocatessa stirata da un'auto in corsa che di certo non aveva intenzione di frenare.

Il tutto giostrato sui territori del semi-alto Friuli... Maniago in primis, piccolo ma solare paesino ai piedi delle montagne, per poi salire tra le baite di Poffabro e Frisanco, microdelizie chiuse tra il cielo cristallino e le Prealpi Carniche... quel Raut che mio padre ha sempre tentato di indicarmi con orgoglio nel mio sempre disinteressato "ahaaa, aaahsì, ahaaa".

Di positivo in queste scorrevolissime 134 pagine ce n'è. La narrazione è essenziale e pulita, i personaggi sono molto ben descritti (anche se peccano un po' di artificiosità... a quando un poliziotto che nella vita fa il poliziotto con moglie, regolare vita e weekend noiosi?), e l'anima "gialla", promessa dalla seconda di copertina, si tinge molto presto di tinte "noir". Insomma, un testo che vale la pena comprare e leggere.

Dispiace solo che una trama così ricca ci porti a conoscenza di così pochi personaggi coinvolti nelle indagini. Da una parte il crimine prospettatto è quasi di massa con decine di "sospettati-sabbatici" (sembrano tutti coinvolti) e poi, invece, si finisce con l'incontrare (bene) solo un paio di manigoldi.

Lascia perplessa anche la modalità di narrazione. La pettinatrice di bambole sembra essere un libro percorso da una fretta costante. La missione di raccontare la cultura, la natura, la storia e la gente straordinaria della regione è mantenuta viva in pochi passaggi (anche se gustosi). Il resto sembra compresso da una spinta (immotivata) al procedere nelle indagini, al chiudere il caso, al... chiudere la puntata.

Sì perchè questo è quello che mi ha colpito di più del modo di scrivere di Guerra. Più che un romanzo La pettinatrice di bambole sembra una puntata di un crime-serial.

Veloce e ruspante tanto da far pensare che la voglia di raccontare dell'autrice sgomiti per spingere in là l'angusto mezzo (inchiostro e carta) urlando al lettore "ehy, ma non vedi che c'è di più qui davanti!"

No Francesca, non vedo, leggo.
Se non racconti, io non leggo e io non vedo.
E chi non vede, almeno dalle tue parti, fa una brutta fine.

E io voglio vivere :)

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