lunedì 11 giugno 2012

Labyrinth - Return To Heaven Denied




Pensate cosa stavate facendo nel 1998, esattamente 14 anni fa.

Bene, ora vi racconto cosa stavo combinando io, o meglio, come ero conciato: i miei ora cortissimi capelli arrivavano più o meno al sedere, le tinte dei miei panni, oggi discretamente policromatiche, erano tendenti al nero, ai concerti ci andavo per pogare... insomma, confesso, ero un metallaro a tutti gli effetti.

Al bando i ricordi borchiati però, arriviamo al punto, che nel mio caso può essere definito un primo punto di svolta. Dicevamo che era il 1998 e proprio in quell’anno la band italiana Labyrinth pubblicò l’album che di lì a poco li consacrò alla scena tricolore, donando ai posteri uno dei caposaldi del power/prog metal italiano.

Return to the heaven denied e le sue 11 tracce sono il frutto di quella che si potrebbe definire felice contaminazione, di quella che, seppur nata dall'indubitabile talento dei suoi componenti, sfiora la clamorosa botta di fortuna (dicesi culo coglionazzo .cit) nell’imprevedibile incontro di professionalità e sensibilità differenti.

A partire dall’ugola d’oro di Roberto Tiranti, tra le più sottovalutate d’Italia e già frontman di una formazione storica come i New Trolls (mica pizza e fichi... since 1967). Per continuare con la tamarraggine pura (e quando dico "pura" intendo ad un grado "super distillato") del tastierista Andrea De Paoli, con le sue contaminazioni electro-sinfoniche-dance autoabbronzanti.E ovviamente non si può nemmeno dimenticare Olaf Thorsen e Matt Stancioiu, rispettivamente chitarrista/deus ex machina della band e batterista di altissima caratura.

Da questa esplosione di "colori", così diversi dalle tipiche tinte metallare, nascono canzoni masterpiece come The Night of Dreams, State of Grace, Falling Rain e le più "adese alla linea borchiata" Moonlight, New Horizons e Feel.

Tornando su Roberto Tiranti, la sua voce “cantautoriale” dona al prodotto un gusto leggero che bilancia squisitamente i canoni tipici del metal. Elemento di pregio che, unito alle spiccate e abbondanti melodie, ai tempi, fece storcere il naso ai metallari più intransigenti, formando proprio un insormontabile spartiacque di gusti.

Uno spartiacque che divenne un punto di svolta e una nuova certezza per molti di noi: avevamo la prova che non appartenevamo più a quella comunità, il nostro cuore e la nostra anima (sì, perché anche i metallari ne hanno una) tendeva ad altro... alla melodia, di quella capace anche d’intrecciarsi a ritmiche dure, ma che non smette mai di portare lo sguardo verso l’orizzonte… e il resto, fino ad oggi, poi, fu storia.

Di certo non a tutti voi piacerà quest'album, ed è giusto che sia così.

Celebro però il ricordo di Return to the heaven denied per quello che penso sia stato per me: la dimostrazione che l'aprirsi mentalmente e saper giocare con tutte le tinte di quella tavolozza chiamata "vita" sia l'avventura più bella che ci sia, da respirare a pieni polmoni e da incorniciare ad imperitura memoria nello spirito.

Questo anche quando i capelli ti abbandonano.
Questo anche se di nero ti vesti solo quando "tutto il resto è da lavare".
Questo anche se sono passati 14 anni...

Viva i Labyrinth.
Viva Return to the heaven denied.
Viva i miei capelli.

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