martedì 23 novembre 2010

Dai su, doniamo vestiti usati!





Non ne faccio una questione religiosa o astrattamente morale: chi vive sulla strada non ha modo d'avere un armadio, una lavatrice, un ferro da stiro ed ovunque appoggi la propria esistenza nessuno è passato prima a dare un colpo di scopa o una passata con lo straccio bagnato.

La vita sulla strada è fatta di luoghi sporchi (e non solo metaforicamente) e quella vissuta ai margini, riparati da un'esistenza di solitudine in qualche casa dove non ce la si fa ad arrivare a fine mese, porta l'essere umano a sentirsi malato di un morbo che corrode le pareti dell'anima.

Questa malattia si chiama Vergogna.

Prima di pensare a riempire la propria pancia o trovare un tetto sopra la testa ogni essere umano vuole sentirsi bene con se stesso e con gli altri, vuole sentirsi accettato, vuole non essere additato per quei problemi che lo vedono isolato (volente o nolente) dalla società nel quale è nato.

Ci si vergogna a girare con le scarpe rotte.
Ci si vergogna ad indossare giubotti degli anni '80 in pieno 2010.
Ci si vergogna a non poter cambiare con regolarità mutande e calze.

Ora fermi tutti e a me gli occhi: pensate al vostro armadio, al vostro cassetto, al vostro guardaroba e poi cacciate via l'inutile senso di colpa per la vostra ricchezza che è comunque frutto del sudore vostro e dei vostri famigliari.

Sì, tutte quelle cose che non mettete più. Quelle calze rammendate che non osate più sfoggiare, quelle mutande che pur essendosi allentate reggono ancora, quella giaccavento che avete comperato anni fa pentendovi due ore dopo...

Bene, queste cose possono servire per far sentire più “essere umano” qualcche essere umano.

Andiamo però al concreto: dare via vestiti “per i poveri” non è cosa sempre semplice se non si hanno agganci con associazioni e parrocchie... e poi passando per terze mani, spesso, non si viene nemmeno a sapere dove i capi vanno a finire e se mai serviranno a qualcuno.

Allora serve prendere il coraggio a due mani e iniziare a guardarsi intorno.

Sul territorio nazionale esistono molti centri che si occupano di svolgere l'attività di “guardaroba/centro d'ascolto” per i poveri. A questi si può chiedere come operano, come fattivamente aiutano i più bisognosi, come accolgono gli utenti e così via.

Lo so che sembrerà un modo per non fidarsi di organizzazioni rodate, ma è importante che chi dona (gesto che non deve mai essere fatto con sufficienza) abbia partecipazione diretta sui frutti del suo aiuto.

Per esempio, a Milano, consiglio sempre di portare personalmente i vestiti usati alle varie associazioni/parrocchie che svolgono questo servizio, senza mollare il tutto nei contenitori gialli che si trovano in strada (spesso saccheggiati da chi ne fa cattivissimo uso).

Nel mentre mi piace informarmi su come la distribuzione si svolge.

Per esempio nella mia parrocchia il tutto avviene in maniera molto mirata: prima c'è un colloquio informale per iniziare a stringere un rapporto umano (cosa basilare) subito dopo si registrano le generalità del richiedente (nessuna schedatura “gestapica” non temente) e si attinge conseguentemente dal guardaroba in giorni ben precisi per riuscir così a soddisfare con la giusta attenzione tutte le necessità, senza fretta.

Nessuno spreco, solo il necessario, possibilmente il miglior capo possibile e il tutto viene registrato in relazione al numero di tessere dell'utente in modo da evitare che lo stesso, ogni settimana, chieda il medesimo capo per rivenderlo e così speculare su altri poveri.

Insomma, il gesto di donare un vestito a chi non ce l'ha tramite associazioni, secondo me, oltre ad essere buona cosa per chi ha buon cuore è anche un'operazione che ci dovrebbe spingere ad informarci meglio su come il nostro aiuto materiale verrò impiegato.

Perchè anche un gesto semplice, se fatto con cura, è segno di amore.
Molto più di altri buttati lì per fare.
Credetemi.

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